Malone muore

di Samuel Beckett

di Deborah Mangiafico

matita moriscata 1920

“Sento il rumore del mignolo mentre scivola sul foglio e poi quello così diverso della matita che lo segue”.

«Non risponderò più alle domande. Cercherò anche di non pormene più. Presto mi si potrà sotterrare, non mi si vedrà più in superficie. Di qui ad allora mi racconterò delle storie, se ce la faccio. Non sarà lo stesso genere di storie di una volta, tutto qui. Saranno storie né belle né brutte, pacate, in esse non vi saranno più bruttezza, né bellezza, né passione, saranno quasi senza vita, come lartista. Cosa sto dicendo? Non ha importanza. Conto di trarne molte soddisfazioni, qualche soddisfazione. Insomma sono soddisfatto, mi sta bene, mi si rimborsa, non ho più bisogno di nulla. Lasciatemi dire anzitutto che non perdono a nessuno. Auguro a tutti una vita atroce, e poi le fiamme e il ghiaccio degli inferi e, tra le esecrabili generazioni future, una memoria onorata. Per stasera può bastare».

Ho assistito una persona malata, anni fa. Una persona che, in fin di vita, si è trovata imprigionata in un corpo che non rispondeva più ai suoi comandi, che lentamente moriva. Al di là del trasporto emotivo che un’esperienza simile comporta, ho potuto constatare quanto il corpo, nel suo insieme di ossa, carne, nervi, sangue, pelle, faccia da limite e contenitore, appunto, a qualcosa di molto più grande, evanescente e astratto. Nell’esalazione dell’ultimo respiro, ho avuta chiara la percezione di quanto quel qualcosa, all’interno, avesse urgenza di uscire, di liberarsi. Senza scomodare la 'Fede', in quelle spoglie non ho più riconosciuto la persona che fino a poco prima mi stringeva la mano.

MALONE MUORE libro

Malone muore

È immobilizzato in un letto, in una stanza buia e angusta che non riconosce. Non sa dire se sia un ospizio, un ospedale, un ricovero per malati di mente. Non sa come e perché sia finito lì. Una sola finestra dai vetri sigillati gli consente un frammento di sguardo a ciò che quella stanza non è. Può vedere la luna, può percepire dei bagliori ma non sa collocarli temporalmente nella giornata, può vedere qualche ombra muoversi dietro le tende di una finestra di fronte. Non sente più le estremità inferiori, forse ne è privo, sente poco, vede ancor meno. Le braccia e le mani ridotte a pelle e ossa gli servono solo per avvicinare e allontanare, arpionato ad un bastone, il tavolino con sopra la sua razione di cibo che qualcuno gli passa da una porta che si schiude leggermente una volta al giorno. E poi scrive. L’unica attività che quel che resta del suo corpo gli concede. Scrive con un moncone di matita, ormai ridotta alla fine come esso stesso, che continuamente perde e poi ritrova in quel letto sporco che ora è tutto il suo mondo.

“Sento il rumore del mignolo mentre scivola sul foglio e poi quello così diverso della matita che lo segue”.

 

Samuel Beckett 1280x720

Samuel Beckett (foto: librieparole.it)

Samuel Beckett, drammaturgo, scrittore e poeta irlandese, premio nobel per la letteratura nel 1969, nasce nel 1906. Cresce in un ambiente benestante, ma probabilmente opprimente soprattutto per il difficile rapporto con la madre. Da bambino, dicono le biografie, era taciturno, testardo, curioso e spesso solo. Da adulto Samuel visse di eccessi, con relazioni sentimentali difficili e con riconoscimenti letterari modesti fino agli anni ’40. Dopo l’ennesimo litigio con la madre lascia l’Irlanda e si rifugia in Francia, un paese in guerra. Entra nella Resistenza francese e dalla colta Parigi deve rifugiarsi, durante le fasi più acute del conflitto mondiale, nel piccolo villaggio Roussillon d’Apt, in Valchiusa. Qui conosce la miseria e gli stenti: per procacciarsi da vivere, lavora prima come bracciante in una fattoria, in seguito come magazziniere e poi autista d’ambulanza. Incontra e sperimenta privazioni e indigenze, ma al contempo è questo il periodo più letterariamente fertile della sua intera esistenza. Tra il 1951 e il 1953 scrive, uno dietro l’altro, i romanzi Molloy, Malone muore, e dopo la morte della madre, l’Innominabile, la cosiddetta Trilogia, uno dei vertici della letteratura della seconda metà del 20° secolo. I suoi personaggi, misteriosamente infermi, isolati nei loro disperati monologhi, rappresentano perfettamente la solitudine dell'uomo contemporaneo, ma anche la sua tenace resistenza passiva all’inevitabile destino che lo minaccia, sotto cieli vuoti non più abitati da alcuna divinità che conforti e sostenga.

Malone muore, il romanzo di mezzo della Trilogia, è quello che l’autore ha scritto in più tempo e mi piace pensare che sia stato il suo preferito, come lo è per me. L’elemento del corpo umano, con i suoi istinti primari, i suoi limiti, le sue debolezze e il suo inevitabile destino di decadimento, è di fondamentale importanza nell’opera di Beckett e in Malone muore trova la sua amplificazione massima.

 

trilogia beckett

 

Scrive Deirdre Bair nella sua biografia di Beckett che «La stesura di Malone muore determinò uno straordinario mutamento nelle condizioni fisiche di Beckett. Mentre era impegnato nel lavoro le persone a lui vicine temevano veramente che potesse morire una volta che il libro fosse terminato», e aggiunge: «Tuttavia, non appena terminato il libro, Beckett entrò in una fase di euforia e di espansività che non provava ormai da anni. Questa reazione si verificò da allora ogni volta che egli arrivava al termine di un’opera».

Malone è un corpo in decomposizione su un letto, che attende, con un equilibrio perfetto di desiderio e di paura, la morte. Il corpo come contenitore non più adatto a contenere. Tra la volontà di 'finire' (termine propriamente beckettiano) e la realizzazione di questo desiderio, rimane sospesa in un limbo la consapevolezza di sé, e la speranza di Malone è quella di poter finire libero da quella consapevolezza. Da qui tutta una serie di elucubrazioni, di deliri demenziali, di racconti illogici. Le non-narrazioni di Malone che, attraverso i vari personaggi che con il suo moncone di matita mette su pagina, non fa altro che tentare, fallendo, di raccontare sempre se stesso. Scrive senza soluzione di continuità. Scrive racconti privi di trama e privi di luogo i cui personaggi sono sempre il riflesso di se stesso, deliranti, privi di logica, confusi e ossessivi. L'infinito narrare, scrivere, in qualche modo testimoniare, che fin dall'antichità era un tentativo di tenere lontana la morte, un tentativo di immortalità, è per Malone un passatempo inutile, essendo la nostra stessa esistenza una narrazione che non arriva a vedere la sua fine perché interrotta dalla morte.

Il primo personaggio di cui Malone narra è Saposcat, un ragazzo ospite di una famiglia di contadini. Ma ben presto le avventure di Saposcat non lo interessano più e scriverne diventa una noia. Il personaggio subisce una metamorfosi e diventa Macmann, il vagabondo che finisce in manicomio e viene accudito dalla vecchia Moll. Malone fa quindi morire Moll e crea Lemuel, un folle infermiere che porta Macmann e gli altri ricoverati del manicomio a fare una pericolosa escursione notturna su un’isola. Nel susseguirsi dei vari personaggi narrati, la mente di Malone lentamente si separa dal corpo e dalle sue infermità, sente il suono del proprio respiro e apre gli occhi sul cielo, perdendosi nella contemplazione dell’infinito. Per Malone le distanze umane sono incolmabili, ma quelle sovrumane possono essere annullate: il suo alito è troppo distante dalla finestra affinché ne possa appannare il vetro, ma può diventare unica cosa con il vento che muove le nuvole in cielo. Solo in questo momento, in cui ha perso persino la percezione sensoriale di se stesso e aspetta che il suo corpo si decida a morire, trova un’insperata pace. Si rannicchia sotto le coperte, schiaccia il viso contro il cuscino, avverte nuovi dolori. Ne avverte il suono, quasi ritmato, quasi a formare un abbozzo di canto, ne vede il colore: «Sono bluastri. Mio Dio, com’è sopportabile tutto ciò. Ho la testa quasi completamente rovesciata all’indietro, come un uccello. Schiudo le labbra, adesso ho in bocca il cuscino, lo sento contro la lingua, sulle gengive. Io ho, ho. Succhio. Ho finito di cercare me stesso. Sono annidato nell’universo, lo sapevo che un giorno vi avrei trovato posto, il vecchio universo mi protegge, vittorioso. Sono felice, lo sapevo che un giorno sarei stato felice».

 

malone muore

Malone muore (immagine: www.samuelbeckett.it)

Malone attende la morte con neutralità, non vuole accelerare né rallentare questo evento che definisce 'rimborso'. La nascita, intesa come un peccato che si è costretti ad espiare con la vita stessa, è la riflessione che scaturisce dal racconto di Macmann: sdraiato prono sotto la pioggia battente, in una posa che ricorda Cristo in croce, che aspetta inutilmente che smetta e intanto può annotare mentalmente il suono diverso che le gocce di pioggia producono a seconda che cadano su di lui o sulla terra, che sente «quella specie di lontano mugghiare della terra che sta bevendo, e i sospiri dell’erba piegata e grondante». Che sente l’idea di castigo senza esattamente sapere quale sia la colpa, che sente che vivere non è un castigo sufficiente.

«Macmann, al quale sembrava a volte che non gli sarebbe bastata l’eternità per trascinarsi e crogiolarsi nella propria mortalità. E senza arrivare a questo punto, chi ha atteso abbastanza a lungo aspetterà per sempre, e dopo un certo termine di tempo non può accadere più nulla, non può più venire nessuno, non ci può essere più altro che l’attesa che sa di essere vana».

La matita di Malone ha cinque facce. È cortissima e temperata d’ambo i lati. È una Venus. Malone la perde di continuo, tra le lenzuola fetide del letto in cui giace. Per questo la stesura dei suoi racconti si interrompe spesso, bruscamente, per lasciare spazi bianchi sul suo taccuino. Se quell’avanzo di matita dovesse essere la metafora di un corpo, è proprio in quegli spazi bianchi che sentirei più profonda rimbombare la disperazione di un uomo che, giunto ormai alla fine, avverte l’insensatezza di tanto scrivere e vivere. L’assenza tanto desiderata che conferma l’inutilità dell’attesa. E le ultime parole, da brividi, prive di punteggiatura, si perdono come un’eco lontana dentro il mio corpo.

Back to top
Condividi