Darwin!

Prova a pensare un po’ diverso

di Franco Ferramini

Francesco Di Giacomo

Francesco di Giacomo

Nel 1972 Il «Banco del Mutuo Soccorso» pubblicò il suo secondo album. Vittorio e Gianni Nocenzi alle tastiere e all’ottavino (Gianni), Marcello Todaro alle chitarre (cui subentrerà il grande Rodolfo Maltese, R.I.P.), Renato D’Angelo al basso, Pierluigi Calderoni alle percussioni, con la voce di Francesco Di Giacomo, detto “Big”, si ritrovarono in studio per suonare un album da loro interamente ideato e concretizzato.

Fu un pilastro del Rock Progressivo italiano, musica forse non facile da ascoltare oggi, ma da assaporare e analizzare nota per nota, se si ha intenzione di capirne la grandezza e la profondità culturale. La copertina, raffigurante un orologio a cipolla nel cui riquadro è rappresentato di spalle Big con un cilindro in testa, quasi a dirigere un paesaggio primordiale, in mezzo alle ore definite da piccole icone con immagini di grandi rappresentanti della storia dell’umanità.

Questo lavoro musicale di cinquantadue anni fa si intitola «Darwin!». Proprio così, col punto esclamativo, quasi a voler sottolineare il credo scientifico e non religioso sull’origine dell’Uomo, sulla sua evoluzione su questa terra e sulla sua fatica immane per imporsi sulle altre specie, ben rappresentata da musica e testi. Musiche spesso incalzanti e drammatiche, che sfociano però quasi sempre in momenti di apertura dolci e sognanti, riflessivi e calmanti.

 

 

L’album si apre con «L’evoluzione», un brano che è una vera e propria overture iniziale della notevole durata di circa quattordici minuti, che fa ben capire quale sarà il filo conduttore dell’intero lavoro. Un rapido e repentino alternarsi di forti e decisi intermezzi musicali, con la superba voce di Francesco Di Giacomo, mai troppo rimpianto, a cantare parole scritte da sé medesimo. Ecco degli esempi, a partire dall’inizio: «Prova, prova a pensare un po’ diverso, niente da grandi dei fu fabbricato, ma il creato si è creato da sé, cellule fibre energia e calore. Ruota dentro una nube la terra, gonfia al caldo tende le membra, ah la madre è pronta, partorirà, già inarca il grembo, vuole un figlio e lo avrà, figlio di terra e di elettricità». E ancora «… e io che stupido, ancora a credere, a chi mi dice che la carne è polvere, e se nel fossile di un cranio atavico, riscopro forme che a me somigliano, allora Adamo no, non può più esistere, e sette giorni soli son pochi per creare, e ora ditemi se la mia genesi fu d’altri uomini o di quadrumani. Adamo è morto ormai e la mia genesi non è di uomini ma di quadrumani…». Il brano si chiude con un intermezzo strumentale classicheggiante e con queste parole «Alto, arabescando, un alcione stride sulle ginestre e sul mare, ora il sole sa chi riscaldare». La nascita della Terra, della flora, della fauna, dell’essere umano, temi profondi ed eterni.

Già con questa prima traccia del disco ci si trova pienamente immersi nel tema di questo caleidoscopico e magnificente lavoro del Banco, che fece capire a tutto il mondo del rock italiano e non solo di che pasta erano fatti questi musicisti laziali, guidati dalla grande abilità e vena creativa e musicale del tastierista Vittorio Nocenzi e dal front-man Big Francesco Di Giacomo, con la sua corpulenza significativa, i suoi testi, ma soprattutto la sua voce, prezioso elemento di questa band in un periodo in cui il mondo del progressive rock italiano era pieno zeppo di talentuosi musicisti, ma carente di cantanti di spessore. Come spesso accade nel rock, purtroppo in quel maledetto 21 febbraio 2014 un incidente stradale ci ha privato improvvisamente all’età di 67 anni di questa preziosa gemma del panorama musicale italiano, ma la sua voce rimane, anche in lavori postumi del Banco, uno di questi il bellissimo doppio cd dal vivo inciso pochi mesi dopo la sua morte dal titolo «E mi viene da pensare»: quasi una celebrazione postuma e calorosamente amorevole di Francesco, che non sarà mai dimenticato.

 

 

La seconda traccia del disco si spiega tutta nel titolo: «La conquista della posizione eretta». Inizia con un'interlocutoria sintesi strumentale, per poi dipanarsi nel testo interpretato magnificamente da Francesco: «… potessi drizzare il collo oltre le fronde e tenere e tener ritto il corpo opposto al vento, io provo e cado e provo e ritto sto per un momento…», fino a «… e dove l’aria in fondo tocca il mare, lo sguardo dritto può guardare». L’album prosegue con «La danza dei grandi rettili», un pezzo quasi jazzato, gradevole e rilassante che rende perfettamente l’idea dei grandi rettili, quella che viene definita 'era mesozoica', quando questi animali avevano il dominio dell’aria, della terraferma e dell’acqua. Certo è che forse l’ottima musica in questo caso forse un po’ stride con quello che dovevano essere questi enormi esseri viventi, sicuramente non rassicuranti nel loro incedere. Non fa nulla, godiamoci questa musica suonata da grandi strumentisti.

Col quarto brano «Cento mani, cento occhi» la musica torna avvolgente e incalzante e il testo rappresenta l’Umanità intera che comincia a svilupparsi e a moltiplicarsi sulla Terra in modo non propriamente pacifico. Purtroppo la lotta per il procacciamento del cibo e la sopravvivenza fa sì che si costituiscano delle tribù dove vige la legge del più forte, «… fate cerchio intorno ai fuochi presto, presto con le pietre, presto che siano pronte taglienti e aguzze, altre mani uccideranno e ci sarà più cibo…». A questo punto, nei nostri tristi tempi con le decine di guerre in giro per il mondo, oltre a quelle minacciose vicinissime a casa nostra, non viene forse da pensare che non c’è stata nessuna evoluzione positiva nel modo di pensare e di agire della razza umana? Nonostante una parte del mondo abbia risolto in abbondanza il problema del cibo per vivere, non si ferma questa corsa di economie che per sopravvivere devono autoalimentarsi finanziariamente e crescere, crescere in continuazione a tutti i costi, a discapito di altri sistemi di vita e di un’organizzazione sociale più povera, quindi più debole. Non sono serviti a nulla centinaia di migliaia di anni di esistenza dell’Uomo. Forse, se fossero rimasti padroni i grandi rettili, alla lunga si sarebbero organizzati più pacificamente, più saggiamente. Ma è notorio che non si può fare la storia con i 'se' e con i 'ma'.

 

 

Ora, in questa sorta di 'guida all’ascolto', passiamo al quinto brano. Qui il Banco si cimenta in una struggente storia d’amore di… 750.000 anni fa. Il pezzo «750.00 anni fa… l’amore?» immagina l’impossibilità di uno 'scimmione', essere umano in ipotetico stato intermedio di evoluzione, di avvicinare e 'possedere', termine arcaico, una donna anche lei probabilmente in uno stato preistorico, chissà quando e chissà dove. Un incontro suggestivo, in cui lui la spia, non si vuole svelare perché sarebbe troppo brutto agli occhi di lei; anche se lei, penso io, non credo dovesse essere una gran beltà, mezza donna e mezza scimmia. Ma gli occhi dell’amore non vedono questo: «Già l’acqua inghiotte il sole, ti danza il seno mentre corri a valle con il tuo branco ai pozzi, le labbra secche vieni a dissetare. Corpo steso dai larghi fianchi, nell’ombra sto, sto qui a vederti, possederti… possederti…» e ancora «Lo so la mente vuole, ma il labbro inerte non sa dire niente, si è fatto scuro il cielo, già ti allontani, resta ancora a bere, mia davvero, ah fosse vero… ma chi sono io, uno scimmione senza ragione… fuggiresti… fuggiresti…». Un amore impossibile, evidentemente difficile da corrispondere anche se lui si fosse presentato, un patetico grido nell’impossibilità di realizzare il desiderio sessuale. Un brano dolce e malinconico nella sofferenza di un amore difficile. Ancora temi eterni, senza tempo.

 

 

Con un inizio di Vittorio Nocenzi al clarino arriviamo al sesto brano «Miserere alla storia». Musica di nuovo incalzante, in perfetto stile Banco, e un breve testo caratterizzano questo brano: «Gloria a Babele, rida la Sfinge ancora per millenni, si fabbrichi nel cielo fino a Siria, schiumino i cavalli sulla via Lattea ma… quanta vita ha ancora il tuo intelletto se dietro a te scompare la tua razza». Qui siamo quasi in stile 'fantasy storico'. Questo 'concept album' (ricordo che con questa definizione si intendono album che hanno un tema conduttore comune in tutti i suoi brani) si chiude con «E ora io domando tempo al tempo (ed egli mi risponde: non ne ho!)», titolo decisamente particolare. Con una musichetta apparentemente semplice, 'da circo' tanto per intenderci, il lavoro del Banco finisce con una meditazione sul tempo che passa inesorabile senza darci spesso la possibilità di capire e di pensare, dice il testo «Ruota eterna, ruota pesante, lenta nel suo cigolio, stai schiacciando le mie ossa e la mia volontà… va la ruota va, un colpo non lo perde mai e va». Una riflessione ancora una volta malinconica sul destino spesso crudele, insensibile e spietato della condizione umana. Ancora il testo: «Ah ruota gigante, perché dunque mi fai pensare se nel tuo girare la mente poi mi frenerai». Non molta speranza quindi, ma un pensiero pragmatico su ciò che accade nell’evoluzione dell’essere umano, quanto mai attuale in questi nostri ultimi anni che poco fanno sperare per il nostro futuro. Ma nel suo complesso questo fondamentale lavoro del Banco del Mutuo Soccorso contiene fortunatamente anche una speranza, quella che nonostante la brutalità connessa a certe degenerazioni dell’essere umano qualche miglioramento della sua condizione c’è stato: quello del pensiero scientifico, della constatazione razionale dell’evoluzione umana. Pensieri che se ben indirizzati potrebbero portarci fuori dalle secche della storia, per riportare di nuovo il mondo intero sulla positiva via del fiume inarrestabile della vita, della buona vita.

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